Parti Oscure (drammaturgia di Quiliano #3)
23 marzo, 2009
C’è un piccolo enigma nei Promessi Sposi, un personaggio privo di importanza ha un nome in uno dei mondi del romanzo dove nessuno ha un nome, il castello dell’innominato, dove l’anonimato del protagonista si irradia nei confronti di tutti gli abitanti suoi sudditi, che non hanno nome, tutt’al più un soprannome o una descrizione. Tutti tranne uno, che nelle redazioni precedenti è anonimo e invece viene nominato nella scrittura definitiva: è Marta la serva dell’innominato.
Marta viene nominata due volte, porta la paniera colma di cibo fin sulla soglia della vecchia e di Lucia, viene mandata in un’altra ala del castello, scompare.
Perché darle un nome?
Parti Oscure non risponde a questa domanda, ma fa parlare Marta con due voci separate, prima l’attrice che sembra destinata a interpretarla e per seconda il personaggio stesso, in cui Marta infine si sfoga e racconta la storia che si aspettava di meritare grazie al nome suo e che invece inspiegabilmente le viene negata da Manzoni del quale non ha una grande opinione. Io invece ce l’ho, e penso che la grandezza di un’opera sia in quello che nasconde tra una frase e l’altra più che in quello che palesa, e i Promessi Sposi è davvero un grande labirinto dove per una vita ti puoi perdere.
Parti Oscure fa anche ridere e quando ho proposto agli studenti delle scuole superiori che ho incontrato di far parlare un personaggio minore dei Promessi Sposi il risultato è stato invariabilmente salace, comico e sfacciato: tutto quello che Manzoni ha celato nel suo romanzo veniva alla luce. Perciò Marta ci fa ridere, parlando un italiano elaborato e lavorato ma che poi alle orecchie degli stessi studenti suona piano e aggiornato: e penso che anche questo venga da Manzoni.
Marta fa un cammino, nelle sue due incarnazioni deve prima capire che non è la protagonista del romanzo, la storia non è sua, la creazione non ruota attorno a sé, è solo una qualsiasi. Una volta che l’ha capito, comincia a costruire da sé la sua identità, tassello per tassello.
Marta è il quarto capitolo di un trilogia, l’ottavo nano e l’ottavo braccio del candelabro, il quinto membro dei Fantastici Quattro. Marta è un archetipo che rimane in ombra perché in ogni elenco e in ogni analisi lei non può che essere dimenticata. E’ la sua natura. L’ambiente di Marta è lo sfondo e la massa. Marta è l’archetipo di tutto ciò che è tralasciato, inutile, trascurato. L’ho messa a fuoco per un’ora, dandole un palcoscenico per parlare. Nella sua lotta, impossibile, per esprimere la propria necessità, ritroviamo noi e la nostra epoca.
Parti Oscure
12 marzo, 2009
…Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno la conosceva tutta; e per Lucia stessa c’eran delle parti oscure, inesplicabili affatto…
I Promessi Sposi, cap. XXIV
Al centro dei Promessi Sposi c’è l’episodio dell’innominato. Nel suo castello nessuno ha un nome proprio se non un personaggio così minore che più minore non c’è: Marta, la serva dell’innominato. Parti Oscure è il testo teatrale che racconta di Marta: solitudine e identità, labirinto, e voglia di contare qualcosa.
La nuova edizione di Parti Oscure debutta questa sabato 14 marzo 2009 al Teatro Nuovo di Valleggia – Quiliano (sv) per poi girare in una mini-tournée primaverile in Liguria (http://www.salamander.it/index.php?idinfo=140).
Il testo che segue è rimasto sul cutting room floor e non è entrato nello spettacolo.
Un piccolo assaggio, omaggio della casa:
MARTA DUE: Ma non c’è in sala qualche sceneggiatore della Endemol o della Publispei che voglia scrivere una fiction su di me? Il tema è succoso, la situazione è fertile. La giovane plebea innamorata del suo aristocratico padrone. Lui brigante crudele, lei idealista di personalità. Grazie all’amore lei cambia lui, gli fa capire che la sua violenza è male applicata, la rapina e il potere non portano a nulla, lo trasforma in un illuminato Robin Hood che lotta contro le ingiustizie di un’Italia corrotta. Un soggetto perfetto. Due grandi ruoli. Ampia possibilità di personaggi secondari: il vecchio stalliere, buono e saggio, il cuoco buffo e pasticcione, il malvagio governatore spagnolo di Milano.
Posso anche scendere di qualche scalino dal mio inattaccabile piedistallo morale verso un compiacente compromesso per entrambe le parti.
Possiamo smussare i tratti di giustizia sociale.
Evitare agganci con il presente.
Aggiungere una puntata su un prete santo ed altruista.
Insomma il pubblico vuole questo, no?
qualsiasi compromesso
se mi salvate dai Promessi Sposi
Pierino e il Lupo
11 novembre, 2008
Questa è la riscrittura di Pierino e il Lupo di Prokof’ev che avremmo dovuto fare in occasione del concerto dell’Orchestra Sinfonica di Savona ai Magazzini del Caffé di Pacorini di Vado Ligure (sv) lo scorso 8 novembre. Purtroppo il testo non è ancora di dominio pubblico (Prokof’ev è morto nel ’53) e tutte le esecuzioni devono usare una traduzione del suo testo originale. La mia reinterpretazione è perciò rimasta inutilizzata.
Poiché molti erano incuriositi e mi chiedevano di saperne più, lo pubblico qui.
PIERINO E IL LUPO – una riscrittura di Marco Ghelardi
Mi chiamo Pierino e possiedo moltissimi giocattoli.
Tubi di lavatrice, schermi di televisore, caricabatterie, sacchetti di plastica slabbrati, cassette vhs senza nastro, chiodi, pezzi e parti di cose che non so cosa siano.
Una montagna. Anzi, non solo una. Due montagne, tre, una catena montuosa; una catena montuosa di oggetti, di robe, di cose che si spingono fin dove riesco a guardare.
Il nonno dice che sono ovunque, che tutta la superficie è coperta da queste cose, e non c’è più un angolo di suolo che non abbia sopra un pettine senza denti o un cotton fiok usato.
Il Nonno dice che queste cose non sono giocattoli. Certo, sono tutti usurati, rotti e sporchi. Sono dell’altro, sono cose. Però io ci gioco, quindi sono giocattoli. Sono l’unico qui, perciò ho io diritto di scelta, no?
Già, perché qua attorno non c’è nessuno come me. C’è il Nonno, ma il Nonno non conta, è diverso, sta tutto il giorno chiuso in casa. Non c’è nessuno e mi sento solo. Mi sento un resto. Mi sento un… rifiuto.
Il Nonno dice che io e lui siamo gli ultimi uomini sulla Terra.
MUSICA
Per fortuna ci sono i miei amici. Un uccellino di un orologio a cucù incrostato di sugo di pomodoro
MUSICA
e una papera di plastica di quelle per fare il bagno, con il becco storto. Il Nonno dice che non è una papera ma è un’anatra.
MUSICA
Spesso li faccio giocare insieme: mi immagino l’uccellino che vola sull’anatra, le si avvicina e la guarda tutto incuriosito. “ma che razza di uccello sei, se non sai volare?” chiede ridendo l’uccellino, e l’anatra offesa gli risponde “che razza di uccello sei tu, se non sai nuotare?!”.
MUSICA
Poi l’anatra si tuffa nello stagno, l’uccellino saltella sulla riva e continuano a litigare.
MUSICA
E poi c’è davvero il mio preferito tra i preferiti, il cuscino slabbrato di mio Nonno a forma di gatto.
MUSICA
Ecco il gatto che si avvicina quatto quatto all’uccellino, e pensa: “ecco uno stupido uccellino! Mentre sta lì a discettare con quella sciocca anatra, me lo pappo in un boccone”, e striscia verso di lui gattone gattone. Io lo vedo, lo lascio fare, ma l’uccellino è più rapido e vola via. L’anatra starnazza agitata, mentre il gatto si lecca le zampe. Sei proprio un buono a nulla come giocatore, non sai nemmeno prendere un uccellino, dico al gatto.
Poi però mentre sono fuori che gioco con i miei giocattoli il nonno mi grida dalla casa – perché lui non esce mai di casa – “Pierino non uscire di casa! Il mondo è un posto pericoloso! Quante volte te l’ho detto? E se arrivasse un… un lupo, tu cosa faresti?”
MUSICA
Magari incontrassi un lupo! Finalmente avrei qualcosa di vero con cui giocare!
MUSICA
Va bene, vengo. Lascio i miei giocattoli, seguo il nonno in casa e lui mi chiude la porta dietro.
MUSICA
Vado alla finestra ed ecco vedo che un lupo, un lupo vero emerge da dietro uno dei cumuli di cose.
MUSICA
Il cuscino è disteso da un lato, e il lupo non lo guarda nemmeno.
MUSICA
L’anatra è abbandonata su una scatola di cartone.
Il lupo annusa, sente qualcosa che gli piace, abbassa il muso, muove rapido le zampe, leggero, si avvicina all’anatra, e poi con un balzo si avventa su di lei. L’ha presa! La sta divorando!
MUSICA
Non avevo mai visto niente di altrettanto bello e di altrettanto terribile. E’ così forte, è così letale, è così… vivo.
Lo voglio.
Dev’essere mio.
Allora la situazione è questa. C’è un cuscino a forma di gatto da una parte
MUSICA
un pezzo di legno mal pitturato che assomiglia vagamente a un uccellino dall’altra
MUSICA
un lupo vero e vivo, che ora ha smesso di mordere un pezzo di plastica e si aggira affamato.
MUSICA
E l’animale più pericoloso di tutti, pure lui vivo: io, l’ultimo homo sapiens, pronto a calare sulla sua preda.
MUSICA
Afferro una corda. Il Nonno si è preso le sue pastiglie ed è ora in coma apparente. Posso uscire a prendere quello che è mio. Mi muovo attento, recupero l’uccellino e salgo in cima ad uno dei mucchi di cose, attento a non perdere l’equilibrio. Lego l’uccellino alla corda e lo calo sul muso del lupo come fosse una canna da pesca.
MUSICA
Il lupo ci casca e salta, cercando di morder l’uccellino. Ma io sono più rapido e lo sposto prima che ci arrivi.
MUSICA
Muovo l’uccellino da una parte all’altra e il lupo disperato e inferocito continua a saltare di qua e di là.
MUSICA
Intanto, lentamente, mi stavo muovendo sulla cengia delle cose, tra tostapani e cavatappi, per condurre il lupo verso la mia trappola.
MUSICA
Un fosso celato sotto a vecchi menu di nozze. Il lupo segue l’uccellino: ha il muso per aria e non vede dove mette le zampe. Ci cade dentro e cerca di uscirne, ma il buco è troppo profondo.
MUSICA
Ora sei mio, piccolo lupo. Sarai il mio giocattolo preferito, il mio super-giocattolo nel mio mondo di secco non riciclabile. Apre la bocca, mi mostra i denti e salta, salta, salta – invano.
MUSICA
Oh no no no no, piccolo lupo, no – devi essere un giocattolo morbido e smussato, privo di pericoli imprevisti, adatto anche al di sotto dei 36 mesi di età del bambino –
MUSICA
Mentre il lupo si agita mordendo la sabbia e la polvere, penso. E’ evidente che un lupo vivo non può essere un giocattolo. Non è una cosa, è vivo, e la vita è imprevedibile e pericolosa.
MUSICA
Meglio un lupo impagliato.
Sì lupo mio lupo, diventerai un peluche, piccolo lupo, il mio peluche preferito, tenero e peloso, passivo e costante.
Prendo un bel pezzo di plastica appuntito, voglio ripulire il piccolo lupo dalle sue viscere. Non c’è paglia nel mio mondo, ma per fortuna qua intorno è pieno di vecchi quotidiani. Una volta sfilati gli intestini il mio lupo lo riempirò di carta di giornale, notizie quotidiane convenientemente appallottolate per colmare lo sviscerato vuoto interiore.
Ma non siamo soli, io e il lupo.
MUSICA
In cima ai cumuli d’immondizia, le silhouette di uno, di due, tre, dieci, venti lupi.
MUSICA
I lupi amano cacciare in branco, ecco il branco. I lupi non attaccano l’uomo, no?
MUSICA
Avanti lupi, non è come sembra, certo, è legato, ma era solo per fare amicizia, non lo volevo sbudellare, io. Certo, le circostanze sono contro di me, ma insomma, ne possiamo parlare… E vado verso di loro esibendo il mio più politico sorriso.
MUSICA
Ma non vogliono parlare.
Vogliono far provvista per l’inverno.
MUSICA
Prima cominciano da me.
MUSICA
Poi dopo avermi divorato i lupi girano trionfanti fra i rifiuti della discarica seguendo l’usta del nonno
MUSICA
trovano il nonno e il suo cuscino da gatto e lo sbranano mentre è ancora in coma
MUSICA
trovano anche l’uccellino e ci giocano un po’ lanciandolo per aria.
MUSICA
E l’anatra? E cosa gliene importa dell’anatra, hanno la pancia piena degli ultimi uomini.
Oggi han vinto loro. E forse non è un cattivo finale.
MUSICA