Nelle discussioni che ho avuto a seguito del mio intervento sul film Watchmen (http://marcoghelardi.wordpress.com/2009/03/09/watchmen-2/) ho incontrato spesso due tipi di argomentazioni. Si tratta di argomentazioni fallaci, che hanno a che fare con il concetto generale di adattamento cinematografico. Ne parlo qui proprio per descriverle bene, una volta per tutte, così se in futuro le risentiremo, le avremo già identificate e confutate.
NON E’ CHE UN FILM ovvero IL LIBRO E’ SEMPRE MEGLIO.
La carta stampata, solo con parole (romanzo) o anche con immagini (fumetto) è sempre meglio del suo adattamento cinematografico.
Nel suo stato più grezzo, questo non è che snobismo. Snobismo nei confronti del cinema, in quanto tale incapace di avere la medesima efficacia di un libro. Spesso questo si accompagna a riflessioni sul legame del cinema con il suo necessario riscontro commerciale (il ‘botteghino’, che non è una realtà ma una figura retorica). Anche questo è un argomento snob: un’arte legata alla sua commerciabilità è un’arte minore (nota che quest’ultimo argomento non è mai compiutamente espresso dal momento che anche la carta stampata ha un botteghino…).
Un’arte è un’arte, o non lo è. Se lo è, non può che essere pari alla altre. La realtà delle necessità economiche non dipende dall’arte in sé, ma dalla collocazione e dal senso che la società dà a quella particolare forma d’arte (la realtà delle necessità economiche, non il “botteghino”, che, ripeto, è una figura retorica).
Ma un altro snobismo è al lavoro insieme a questo. Lo snobismo nei confronti di tutto ciò che non è originale, ma derivato, adattato e trasformato. Sappiamo che William Shakespeare ha inventato poco dei propri intrecci, ma l’originalità rimane una delle qualità più ambite per un narratore. A lungo tempo, l’Oscar per la Migliore Sceneggiatura Non Originale è stato considerato a Hollywood meno prestigioso di quello per la Migliore Sceneggiatura Originale. Siamo malati di originalità. E’ questa malattia estetica che ci porta a ritenere ogni adattamento invariabilmente minore rispetto all’originale, in quanto adattamento, proprio perché manchevole della qualità imprescindibile dell’arte vera: l’originalità.
Dov’è il problema? Il problema è che l’originalità non esiste. Non esiste nessuna espressione artistica originale, ma solo prestiti, furti, distillazioni, trasformazioni. Esistono solo miscele, dove diversi ingredienti vengono mescolati. Se qualcosa ci sembra originale è solo perché ci sfuggiva l’esistenza di un tale ingrediente.
Queste sono le argomentazioni più grezze. Poi ci sono quelle apparentemente tecniche. Un film non dura che un paio d’ore, non c’è tempo di metterci tutto quello che c’è in un libro. Sì, ma quello che si perde con il tempo lo si acquista in intensità e coinvolgimento sensorio: il limite del tempo diviene un punto di forza, poiché sviluppa l’impatto potenziale.
Nel libro i personaggi te li immagini come vuoi (quante volte abbiamo sentito questo adagio!), in un film hanno i volti degli attori, e non corrispondono mai a quelli della nostra fantasia. Sì ma questo accade in un casting non riuscito: dove riesce, sembra proprio che il personaggio non possa che avere quel volto.
L’AMANTE TRADITO ovvero NON SI PUO’ ACCONTENTARE TUTTI.
Chi critica un adattamento lo fa perché è un amante tradito dell’originale. E’ la seconda difesa automatica. Chi critica è un fan, un fanatico, un fondamentalista, un esaltato dell’opera fonte, così accecato dalla propria passione che si illudeva che l’adattamento fosse un clone 1:1 del suo adorato originale, e che scalpita e piange non appena nota che qualche dettaglio insignificante noto solo a lui e alla sua cricca di invasati sia stato tralasciato nel passaggio da un medium ad un altro. Il regista non poteva certo accontentare queste sette, peraltro incontentabili, e ha fatto bene a rivolgersi al pubblico generale, ignaro di queste beghe, e quindi stabile, obiettivo, normale. E’ una posizione che aleggia inquinante su qualsiasi discussione, ed è applicata, anche ingiustificata, per liquidare qualsiasi osservazione critica come un palpito del cuore e non un’osservazione razionale.
L’esito paradossale di queste due argomentazioni è l’applicazione di un criterio estetico attenuato nei confronti degli adattamenti cinematografici: “è solo un film, e per di più un adattamento, non possiamo aspettarci granché”. Così un adattamento sarà sempre e solo un’opera mediocre, convenientemente disposta in una posizione che se impone di non essere un capolavoro, concede però di non esser mai un disastro. E soprattutto protegge da qualsiasi critica che abbia quale riferimento l’opera originale (cioè pressoché tutte: non si può parlare di un adattamento senza fare riferimento all’originale): “cosa ti aspettavi? E’ un adattamento. Non ci può essere tutto”, mentre quel che si discute è la scelta di aver inserito qualcosa anziché qualcos’altro e non la mancanza di per sé.
Invece:
Gli adattamenti sono film come tutti gli altri: dobbiamo avere nei loro confronti le medesime aspettative e criteri estetici che avremmo verso ogni altro film.
Poiché l’originalità non esiste, tutti i film sono adattamenti: quelli che si dichiarano tali hanno un debito primario nei confronti di un’opera fonte, e non si può parlare di loro senza parlare anche della fonte, o sarebbe come parlare di pittura senza parlare di colori, o di musica senza parlare di note.
24 Marzo, 2009 at 2:22 pm
Come sempre, ci sono solo 2 generi: quanto fatto bene e quanto fatto male.
Un esempio su tutti: Eyes Wide Shut che ripercorre quanto scritto da Schnitzler in Doppio Sogno, guarda caso di un regista come Kubrick che non poteva fare altro che un capolavoro.
Altri esempi forse più “commerciali” ma a mio modesto avviso indicativi della qualità di un film tratto da un libro: Il Signore Degli Anelli di Peter Jackson che rende magnificamente su pellicola un libro splendido, ma sicuramente dal ritmo lento ed estremamente articolato.
Peraltro il sottoscritto ritiene che il cinema sia la forma d’arte, attualmente, di gran lunga superiore a tutte le altre grazie anche agli effetti speciali che usati sapientemente possono farci sognare.
25 Marzo, 2009 at 8:52 am
Ma possiamo davvero mettere un’arte davanti all’altra? Capisco che il cinema sembra avere un impatto sul nostro immaginario almeno più diffuso delle altri arti, ma da questo si può concludere che sia “superiore”?
27 Marzo, 2009 at 5:02 pm
Chiaramente a monte c’è il gusto che ovviamente è soggettivo, resta però oggettivamente misurabile quanto gli investimenti e il ritorno economico del “fare cinema” siano ampiamente superiori di tutte le altre forme d’arte attualmente presenti. Quindi si può dire che oggettivamente è la forma d’arte che coinvolge più risorse, senza nulla togliere alle altre, in termini qualitativi. Detto ciò definirla “superiore” può essere scorretto se si intende qualitativamente, perchè ne va del gusto personale, corretto se si intende quantitativamente.
28 Marzo, 2009 at 10:13 am
Scusate, lascio un commento sul metodo anziché sul merito. Sono molto contento che si riprendano in mano gli strumenti della retorica, ma più che altro la forma mentis e il modus operandi della buona retorica, quella che espone in modo tanto logico quanto stringente e coinvolgente alcuni sofismi, figure di pensiero “cattive” e fallacie ricorrenti. E’ la strada che sto seguendo dalla mia “Lezione su 300″ e che utilizzo nel dibattito sul New Italian Epic, a cui Marco ha contribuito con osservazioni molto acute e centrate.
Se vogliamo tornare a un uso responsabile della parola, a un’igiene ed etica del discorso, la strada è questa. L’analisi dei sofismi filo-israeliani fatta sul blog Leonardo nei giorni della distruzione di Gaza è stata molto più utile ed efficace di qualunque vacuo proclama di solidarietà alle vittime.
28 Marzo, 2009 at 5:07 pm
@ Wuming1: D’accordissimo. La retorica è la scienza dell’argomentazione e ancor prima della consapevolezza dell’argomentazione, poiché il linguaggio non è uno strumento culturale neutro, naturale, ovvio; è artificiale, limitato, convenzionale e spesso conveniente a qualche programma di potere, a qualche organizzazione di valori, a qualche sistema di pensiero. La retorica per me serve proprio a identificare, smontare, analizzare i meccanismi celati dietro all’apparente naturalezza di certi linguaggi o di certi argomentazioni.
@Superpelis: ok per il chiarimento. Forse l’unica arte paragonabile al cinema secondo il criterio che hai proposto è l’architettura.
Per altro, parte del fascino che ha il teatro verso di me è proprio nel suo essere “povero”.