La Foresta di Birnam e il New Italian Epic

1 marzo, 2009

 

“il testo intorno è come la foresta di Birnam nel Macbeth: si muove, avanza, e ciò che rimane fermo resta indietro” dice Wu Ming 1 nel saggio New Italian Epic che è a sua volta affascinante e, insieme, sfuggente. Ti sembra di averlo acchiappato, ma, poi, in qualche modo, ti elude. Credi di averlo capito, ma poi scopri che non l’hai capito abbastanza, e che c’è altro da capire.

Questa ambigua strategia è ben chiara nella testa degli autori: “al lettore è richiesto di orientarsi nel succedersi straniante e “centrifugo” dei capoversi, dei paragrafi, dei capitoli. Tale “fatica cognitiva”, in alcuni passaggi, è richiesta pure al lettore del presente memorandum” dicono in una nota (a pagina 38 del libro).

Gli autori non vogliono essere oscuri, piuttosto desiderano sollecitare continuamente l’iniziativa critica del lettore a riflettere su quello che gli viene detto. Il testo inoltre sembra dischiudere continuamente una ricchezza a prima vista nascosta, o, tutt’al più, solo intuita.

Questo metodo di progressione è per me la novità più vitale del saggio dei Wu Ming, ancora più della sua proposta di categoria letteraria. In questo intervento illustrerò la forma espositiva del saggio e proporrò alcune conclusioni, dando per scontato che il lettore l’abbia letto oppure che ne conosca l’argomento complessivo ( http://it.wikipedia.org/wiki/New_Italian_Epic_(NIE) ).

 

Quindi ritorniamo al Macbeth e a Birnam – che in realtà non si muove. La foresta sta ben ferma. E’ l’esercito di Malcolm a muoversi, mimetizzato con rami e fronde prese dal bosco; è un Messaggero a interpretare quest’effetto come il movimento della foresta; ed è infine Macbeth a identificarlo come la terza delle profezie delle streghe che annunciano la sua caduta:

 

inizio

a dubitare l’equivoco del mostro,

che mente con il vero: “Non temere,

fino a quando la foresta di Birnam

venga a Dunsinane”, e ora una foresta

viene a Dunsinane.

La Tragedia di Macbeth, attoV, scena 5

 

E’ un errore di Wu Ming? Sì, se ci avviciniamo al testo in modo pedante: strategia legittima, ma poco produttiva. Meglio pensare a un’ambiguità. D’altronde il bosco si muove davvero in un certo senso.

 

In quale senso?

 

Wu Ming 1 (d’ora in avanti senza numero) menziona Birnam in una parte del saggio dedicata all’allegoria (si tratta delle pagine 50-52 del libro). Inizia spiegandoci che esiste una forma semplice di allegoria: l’allegoria “a chiave”, in cui “c’è una relazione binaria tra ciascuna immagine e ciascun significato, corrispondenza biunivoca e precisa”. Un esempio di questa allegoria è “quella storica: si raccontano fatti di un’altra epoca alludendo a quanto avviene nel presente”. Tuttavia “non tutte le allegorie storiche sono “a chiave” (intenzionali, esplicite, coerenti, “biunivoche”)”.

 

A questo punto ci aspettiamo che Wu Ming ci esponga quali sono le altre categorie di allegorie storiche. Invece ci dice che “in senso lato, qualunque opera narrativa ambientata in un’epoca passata è un’allegoria storica, che l’autore la intendesse o meno come tale […], esiste sempre un confronto fra “adesso” e “allora” ” (corsivo mio). Quindi: ogni romanzo storico è un’allegoria storica, ossia tratta del presente sotto la maschera del passato. Attenzione però: Wu Ming parla di ogni opera narrativa, non di romanzo storico. Anche un saggio storico è un’opera di narrazione, perché ci racconta una storia: quella particolare storia a cui diamo una “S” maiuscola, la Storia. Ogni volta che raccontiamo una storia che appartiene al passato, inventata o no, non possiamo fare a meno di trattare del presente, anche se non intendiamo farlo. Questa è un’affermazione audace, che è permessa dall’autore attraverso quel “in senso lato” che ho sottolineato sopra con il corsivo. E’ insieme un’avvertenza e un meccanismo persuasivo nei confronti del lettore: da una parte lo si avverte che deve usare un raziocinio esteso e flessibile (si parla in senso lato!), dall’altra, è proprio questo senso lato che aiuta a comprendere ed ad accettare l’affermazione.

 

Ok, ora ci sentiamo in credito di un senso lato verso Wu Ming, che ci ha promesso di spiegarci i diversi tipi di allegoria. Per risposta, Wu Ming rilancia: “In senso ancora più lato, moltissime opere narrative si svolgono nel passato, poiché i loro autori scrivono al passato […] collocando la storia in un tempo già trascorso” (primo corsivo mio, secondo dell’autore). Wu Ming ci chiede di estendere ancora di più il senso lato precedente, per accogliere un’affermazione ancora più audace, cioè che non conta la semplice ambientazione per identificare nel passato l’oggetto di un’opera narrativa, ma vale il tempo linguistico: l’imperfetto e il passato remoto indicano che si tratta del passato, anche se è stato scritto nel nostro oggi.

Wu Ming ci ha portato lontano. Ci conduce ancora più avanti. Dopo averci detto che anche la fantascienza è una storia del passato (in quanto i verbi sono coniugati al passato), porta il senso ancora più lato alla “sua inevitabile conseguenza”: “tutte le opere narrative sono ambientate nel passato” (corsivo dell’autore). La facile obiezione di una storia raccontata al presente è agilmente confutata: “anche quando il tempo verbale è il presente, si tratta di una forma di presente storico”.

 

Wow.

 

Ogni racconto racconta del passato. Certo: in un senso lato, latissimo, spinto all’estremo. Ma condotti fin qui dai rapidi ma mai incerti passi della nostra guida, l’avvertenza del “senso lato” è dimenticata. Siamo tutti d’accordo con Wu Ming. Ma da dove eravamo partiti?

Dalle allegorie storiche, in cui gli eventi del passato alludono al presente, anche se non sempre in una pedissequa allegoria “a chiave”. Ma quale sia questa allegoria storica non “a chiave” Wu Ming non ce l’ha ancora detto. Ci ha detto, invece, che non si parla altro che del passato. E ora ci ribalta il terreno sotto i piedi: “tutte le narrazioni sono allegorie del presente”.

 

Per un attimo il mondo è sottosopra.

Poi capisci.

 

Premessa maggiore: ogni racconto del passato è allegoria del presente.

Premessa minore: ogni racconto è racconto del passato.

Conclusione: ogni racconto è allegoria del presente.

 

Sì, ma quale allegoria? Quella elementare “a chiave”? O l’altra, più complessa, ancora indefinita?

Wu Ming non ci risponde ma invece precisa: a volte questa allegoria è indefinita, o piuttosto potenziale: “passa all’atto quando il tempo giunge”.

 

Aspetta…

 

Ma Wu Ming non aspetta. Passa a citare un peso massimo, Walter Benjamin che ci viene detto che descriveva “l’allegoria come una serie di rimbalzi imprevedibili, triangolazione fra quello che si vede nell’opera, le intenzioni di chi l’ha creata e i significati che l’opera assume a prescindere dalle intenzioni”. Al termine della citazione, una nota, e non semplicemente bibliografica, sul recupero del pensiero di Benjamin nel presente e sul concetto di presente e di passato.

Ma io stavo ancora cercando di capire cosa sia questa allegoria…

 

La voce tipografica principale nel corpo del testo interviene a dirci che questa allegoria è un rapporto: “una palla in una stanza a tre pareti mobili, ma anche […] un continuo saltare su tre piani temporali”, ossia chi l’ha scritto, cosa è stato scritto e chi lo legge. Wu Ming declina il rapporto, arricchendolo, su un piano temporale: il presente dell’autore, il passato del racconto, il futuro del lettore. Le opere che riescono a fare questo sono i “classici”.

E a questo punto si è completamente conquistati dal fascino di un’analisi così ardita che riesce a fornire una convincente e chiara definizione di un termine così sfuggente come classico. Il classico, in questo senso, si avvicina al mito e alla leggenda.

 

E’ la conclusione?

Per niente. Wu Ming non si accontenta di questo trionfo concettuale. Rimette in gioco tutto una volta di più, con una doccia di umiltà data con apparente noncuranza: “superfluo dire” che questo (l’allegoria “profonda” fin qui esaminata) non basta per fare un classico.

 

Ma come? Non avevamo appena detto che…? Shhh. Non c’è tempo. Ascolta.

 

“E’ una condizione necessaria ma non sufficiente”. Diventare classico “è una questione di evoluzione del gusto e della mentalità, e anche di fortuna […] non è uno sviluppo preconizzabile”. Non c’è nessuna pietra filosofale letteraria, e Wu Ming non cerca di farci credere che ci sia.

 

I paragrafi giungono ad una riga bianca, che segnala che noi lettori possiamo respirare e riposarci prima di proseguire, lo svolgimento stesso del ragionamento ce lo permette – e noi in questo blog ci fermeremo qui.

 

Spero di essere riuscito a descrivere l’esperienza di leggere New Italian Epic. Il suo percorso non è continuo, né lineare. Wu Ming curva, torna indietro, salta in avanti –  e sempre con ritmo sostenuto. Si può anche non capire parecchi passaggi, ma si percepisce il percorso. I salti e gli scarti del percorso non sono fraintendimenti o debolezze: sono, invece, la forma che prendono gli stimoli che ci vengono dati. NIE non è un saggio da leggersi prima di andare a dormire: è un saggio da leggere appena alzati. E’ ginseng mentale, non camomilla. E non per quello che dice, ma per come lo dice.

 

Questa procedura richiede un grande coraggio da parte degli autori, perché tutto quello che permette una collaborazione permette anche una polemica o un attacco. Ed è coerente con l’idea di Wu Ming di letteratura:

 

Io penso che lo scrivere letteratura sia un processo, un divenire che non si conclude col risultato (l’opera fatta e finita) ma da questo riparte sempre. Io ritengo che la letteratura viva nel mondo grazie a relazioni tra persone, flussi di informazione e immaginazione, esempi contagiosi, cattivi esempi, opere brutte che innescano qualcosa di interessante, opere belle ma sterili, buone letture fatte per i motivi sbagliati, cattive letture fatte per motivi giusti, cattive abitudini etc. Penso anche che ogni sintesi sia provvisoria: l’opera non si conclude mai e viene riscritta ogni volta che qualcuno la legge.

(http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002945.html)

 

Il senso di processo e di provvisorietà è espresso di continuo nella forma del saggio (ed è per questo che memorandum non mi sembra il termine più adatto per definirlo: sarà forse il suo latino, ma mi suona più rigido di quello che è in realtà). Per tornare alla nostra metafora, un testo non è solo un bosco pericoloso in cui si possono fare incontri pericolosi, è la foresta stessa che si muove – se poi sia un esercito nemico dipende se abbiamo incontrato le streghe.

 

Ritornerò su questo punto.

One Response to “La Foresta di Birnam e il New Italian Epic”

  1. blepiro Says:

    Complimenti. Una lettura molto interessante. Grazie dell’articolo, davvero ben scritto.


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